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CALABRIA: non teniamo le serrande alzate a metà, ma le tiriamo su tutte, e il sole che entra è il più bello d'Italia

CATANZARO - Dopo la lettera di Francesca Chaouqui, una lettera che ha scioccato la Calabria e, sopratutto i calabresi, tantissime sono state le risposte a queste righe. Calabria non significa violenza. La Calabria è la Regione del sole,

della terra, dell'amore per la famiglia e del mare cristallino. Una Regione che accoglie, riscalda e dà casa.

Una violenza come quella accaduta a Fabiana e alla sua famiglia è, purtroppo, un dolore che non capita solo in Calabria ma ovunque. Il problema è che quando si parla di ovunque a nessuno interessa, nessuno ne parla. Ora è successo in Calabria, e se succede nella nostra terra allora si generalizza.

La famiglia di Fabiana è una famiglia distrutta. Una violenza che non doveva capitare nè qui nè in nessun'altra Regione. Un dolore che non si cancella, che ha bisogno di giustizia e, forse, di tempo.

Dalla Calabria non si scappa ma si resta, per migliorarla, per regalarle la speranza e il calore di una terra che spera e che lotta ogni singolo giorno per uscir fuori dalla crisi, dalla leggenda, dai pregiudizi, dalle "male lingue".

Questa è la risposta di una calabrese, Luisa Gigliotti. Studentessa fuori sede che ama la sua terra, anche se da lontano.

Luisa dalla sua terra non scappa ma, piuttosto, conta i giorni che la vedono ritornare.

 


"Non far di tutta l'erba un fascio" ci hanno spesso insegnato fin da piccoli al fine di prevenire quello che fa parte dell'uomo in sè: vivere arroccato su banali pregiudizi.
Sono nata in Calabria solo 21 anni fa, troppo giovane per conoscere forse ogni sfaccettatura drammatica e problematica, troppo giovane forse per aver vissuto la Calabria del coprifuoco, delle vedove affacciate al balcone pronte a criticare la gioventù, delle donne in casa a far le mamme e i padri fuori a far i lavoratori. Ma forse persino i miei genitori son troppo giovani per questa Calabria. Forse sono troppo piccola, ma da 21 anni a questa parte posso dire che la Calabria che ho vissuto è ben lontana da un romanzo in stile medievale , ben lontano dall'immagine di donne adulte che insegnano a far il bucato , al fiume magari, alle proprie figlie adolescenti. La Calabria che ho vissuto non è fatta di tabù , non verrai allontanata dalla famiglia e marchiata dalla comunità se a sedici anni hai già perso la verginità. Certo la Calabria che ho vissuto mi riempie di tristezza il cuore molto spesso, ha poco da offrire per quanto concerne lavoro e studi, ma questa mancanza va attribuita a una carenza di facoltà universitarie (almeno per quanto riguarda la mia città) , alla sempre più grande difficoltà di trovare un grosso impiego ( problema che in realtà affligge un po' tutta l'Italia). La Calabria che ho vissuto certo piange ancora le macchie nere della 'ndrangheta.
Ma la mia Calabria è terra di mari, è azzurra e verde, è terra della Sila, è terra della storia. È trionfo delle civiltà più antiche e sfarzose, è "magna" la mia Calabria, è culla di arte e cultura. È terra del buon cibo, piccante e saporito. È la terra di Pitagora, di Tommaso Campanella, di Corrado Alvaro, di Antonino Scopelliti. È la patria di Rino Gaetano e Loredana Bertè, di Gennaro Gattuso. La mia Calabria non sforna solo notizie di cronaca nera. La mia Calabria non è la fotografia immobile bianca e nera di un mondo lontano e matriarcale. Esistono realtà piccole, come può esserlo un semplice paese di montagna, ma esiste la città nel vero senso della parola, civilizzata e che, sono pronta ad ammetterlo, con fatica cerca di stare al passo con i tempi. Sono cresciuta come una qualunque ragazza milanese o romana, tra il liceo, le feste, le
prime sbronze, i primi amori; ho sempre avuto le stesse opportunità dei miei amici maschi, ho avuto la possibilità di crescere tra il motorino e le uscite serali. Ho visto l'alba anche io tornando a casa dopo una serata, la stessa che hanno visto i miei coetanei nella Milano delle grandi discoteche. La mia Calabria, quella dove sono cresciuta, mi ha resa donna, mai oggetto. Io non nego di essere stata una di quelle che ha lasciato la Calabria, ma un pezzo della sua terra, delle sue tradizioni, è sempre con me. L'ho abbandonata per vari motivi tra i quali non rientra però il desiderio di scappare da un mondo chiuso e violento. La Calabria, il sud, da sempre vittime di pregiudizi, arretratezza e povertà, sono in realtà le terre più ricche: ricche d'animo, di storia, di cuore! La violenza non ha terra, è nomade, è ovunque. La Calabria non è il quinto mondo, la Calabria è questo mondo, lo stesso di tutta l'Italia. L'unico shok che provoca la Calabria è dettato dalla meraviglia dei suoi paesaggi, non dagli schiaffi. Laggiù non teniamo le serrande del balcone alzate a metà, le tiriamo su tutte e il sole che entra beh, state certi, è il più bello d'Italia."

 

 

Ultima modifica il Mercoledì, 29 Maggio 2013 20:16
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